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Storia e Cultura

L’EMIGRAZIONE CALABRO-LUCANA NEL NORD EST DEL BRASILE
di Giovanni Celico



Una breve e comunque generica premessa è necessaria per poter introdurre il complesso fenomeno, naturalmente assai più vasto e articolato della emigrazione dall’Italia e, in particolare, dal meridione, verso il Nuovo Mondo, che si registrò sin dalla scoperta di quelle terre e che, specie tra il XIX ed il XX secolo, assunse, per cause ormai quasi del tutto note, proporzioni rilevantissime. Narrano le cronache che, tra il 1510 ed il 1514, Francesco e Pietro Corso, genovesi, si insediarono per primi sulle sponde atlantiche dell’America del Sud, precisamente in quello che è, oggi, ormai conosciuto come “nord est brasiliano”, e che sarebbe stato proprio Sebastiano Caboto ad avviare, in quelle plaghe, precisamente in Pernambuco, la lavorazione della canna e la produzione di zucchero. Quasi contemporaneamente, approdarono in Brasile anche Alfonso di Napoli, Pasquale del Negro e Gerolamo Genovese, seguiti dal nobile Filippo Cavalcanti di Firenze, figlio di Giovanni, intorno al 1558, fuggito dalla Toscana a causa della fallita congiura contro Cosimo dei Medici. Filippo Cavalcanti portò all’altare, subito dopo, donna Caterina de Albuquerque, rappresentante di una famiglia che avrebbe dominato la politica “pernambucana” per più di tre secoli, e subì, nel 1593, un processo da parte del Santo Uffizio. I nuclei familiari italiani, divenuti più in vista, appunto, nel nord est brasiliano, in quei decenni, si chiamavano, a memoria, Toscano, Cadena, Fardola, Mertola, Nizza, Parvi, Lobato, Zagalli, Rotta, Pitta, Vespucci, ecc. Mentre, sicuramente, svolsero ruoli importanti i fratelli, genovesi, Giuseppe, Francesco e Paolo Adorno, con i Girali, i Romero, ecc. Ma è, comunque, dal 1800 in poi che si potrà parlare di “fenomeno migratorio” che, con fasi alterne e comunque crescenti, dall’unità divenne più marcato, verso quelle sponde, esaurendo la sua spinta solo negli anni ’60 del secolo scorso. Nel 1812, in Poiana, viveva, stabilmente, il medico italiano, meridionale di origine, Giovanni Sebastiano Perretti che sposò donna Maria Joaquina de Castro e da loro nacque Anselmo Francesco Perretti, figura poi preminente nella magistratura e nella politica di quello stato. I fratelli Anselmo e Giovanni Perretti furono, anche, abili banchieri e il secondo, appunto Giovanni, divenne altissimo funzionario del Ministero del Tesoro. A Recife, in quei primi anni del 1800, già si registrava la presenza stabile di un ristorante italiano, di proprietà di Giuseppe Cino, forse di lontane origini di Scalea, mentre sorgeva, intanto, addirittura un centro commerciale, intestato a Rotondano & Niella, che fu poi rilevato da Vincenzo Grillo. Tra i primi italiani “divenuti noti per capacità imprenditoriali”, insediatisi nel nord est del Brasile, vi fu Giuseppe Facchinetti, giunto nel 1834, mentre Padre Aquilio Rossini, oriundo della provincia di Salerno, ivi giunto per catechizzare, vi “richiamava” molte famiglie, come quella dei Coni, dei Monaco, dei Domini, dei Masso, degli Ambrosi, dei Rossini, dei Pellegrino, dei Dantuani, degli Angelo, degli Alegro, ecc., e alcuni epigoni proprio di quei nuclei divennero, di lì a poco, abili e quasi subito affermati commercianti di caffè. Non mancarono di “accorrere là dove c’era speranza di guadagno” compositori e cantanti, come Giuseppe Facchinetti che si fermò a Bahia nel 1834, mentre Toselli, tenore, raggiungeva una certa notorietà e Giuseppe Deperini con la moglie Margherita impiantavano un teatro d’opera proprio a Recife, ancora nel 1879 si registrava la presenza incisiva dell’impresario italiano Tommaso Passini e della compagnia lirica Galetti e Ricco, e religiosi, come padre Celestino da Pedavoli, padre Cassiano di Comacchio, padre Damiano da Bolzano, padre Fernando Rossi, ecc., mentre persino qualche sognatore, quasi “capitano di ventura”, come Vincenzo De Paola, forse di Aieta, compiva “memorabili azioni”. Nel 1836 Vincenzo Savi, di Spoleto, partì, insieme ad altri 67 coloni, con la nave “Madonna delle Grazie”, stabilendosi alla fine a Bahia. Per la costruzione della ferrovia, verso l’interno di quel vastissimo paese, molti furono i piemontesi che, nel 1856, emigrarono sempre a Bahia. Tanti, pure, quelli che da Trecchina, in provincia di Potenza, e dalle limitrofe contrade lucane e calabresi, giunsero, appunto in quelle zone, con “le prime ondate migratorie”, e si chiamavano: Marotta, Pignatari, Lomanto, Limongi, Schettini, Andrea, Grisi, Orrico, Maimone, Caricchio, Barilotti, ecc. Gli emigrati italiani avviarono, in ogni comunità, società di mutuo soccorso, le “Società Italiana de Recreio e Beneficencia”, che, tra le altre finalità, avevano il compito di tenere in vita il legame con la madre patria. Proprio nella fascia del nord-est approdò Francesca Marsiglia, con il figlio Michele e con la sorella Maria, intorno al 1884, proveniente dalle zone di confine calabro-lucane. A cavallo dei due secoli, diversi gli scrittori d’origine italiana che incominciarono a pubblicare, come F. Branco, “Il paese dell’avvenire”, L. Galvani, “La terra incantata” e “Nuova terra promessa”, ecc. Nel nord est del Brasile, consistente il numero di italiani, originari di Trecchina, che vi si stabilirono raggiungendo posizioni economiche ragguardevoli, come Vincenzo Grillo, commerciante, i fratelli Francesco e Giuseppe Vita, quest’ultimo architetto, prima impegnati nel settore delle macchine per uso domestico e, dopo, nell’“acqua gassata” o “gasosas”, Domenico Grisi, anche produttore di vino. Egizio Pacifico, raggiunse una buona posizione nel settore calzaturiero, come Raffaele Arenante, Nicola Falcone, agiato negoziante di profumi, Raffaele Romano e Oreste Novellino, proprietari di bar, Francesco Conte imprenditore nel ramo della metallurgia, Antonio Chiappetta, commerciante, Andrea Dall’Olio, Clodomiro Pandolfi, Gaetano Ricci, nel settore delle calzature, Giuseppe Alfano, gli Scaldaferri importatori ed esportatori di diversi prodotti, i Iannotti proprietari di una fabbrica di alimentari, Umberto Savastano, i Lomanto, gli Orrico, i Grassi, ecc. Raggiunsero, ben presto, posizioni di rilievo Francesco Angelo, commerciante di scarpe, Angelo Rattacaso, rappresentante di case automobilistiche, di Tortora, Antonio Russo e Giuseppe Garofano. Antonio e Vincenzo Gerbasi e Raffaele Perrelli si affermarono nel ramo delle calzature, profumi, liquori, vini, ecc., mentre Francesco Maimone, Ruggero Gazzaneo e Antonio Marsiglia, soprattutto nel calzaturiero e Giuseppe Ponzi, tortorese, nella produzione di manufatti in rame. Le cronache riportano i nomi di altri lucani, calabresi o campani che, in quel lasso di tempo, raggiunsero buone posizioni economiche come Matteo Zaccara, Biagio Cantisani, Vincenzo Cozza, Ermenelgildo Di Lascio, un geniale architetto, Giovanni Gioia, Luigi Lanza, proprietario di negozi di ottica, Vincenzo Finizola, industriale, Guglielmo Lettieri, importatore ed esportatore di diversi prodotti, Michele Barra, un attento negoziante, Tommaso Babini, un musicista di talento, Giovanni Fulco, ramo delle tintorie e delle lavanderie, Giovanni Farmaco, settore dell’ottica, ecc. Vi fu Nicola Mandarino, ricco commerciante, importatore ed esportatore, console onorario d’Italia, in Sergipe, fino al 1942, che, con Francesco Maiorana, Ruggero Gazzaneo e Antonio Marsiglia, questi ultimi nel settore delle scarpe, costruì un consistente patrimonio, così come pure Antonio e Vincenzo Cerbasi. Il pittore Luigi Dovera, con padre Vittorino da Cassino, illustrò chiese e case religiose che intanto andavano sorgendo, come i collegi dei Salesiani. Il calabrese Pasquale Magnavita avviò uno studio di agrimensore, mentre si andavano affermando le “tinturie” di Marino & Cunto e Angelo Rattacaso assunse la rappresentanza per la vendita di automobili. Giuseppe Rotondaro fondò la città di Jequiè e Giuseppe Alfano, salernitano, avviò per primo la produzione di latticini, mentre si andava sempre più affermando la Scaldaferri & Irmaos, soci di Trecchina, per la importazione e la esportazione. Francesco Conte di Trecchina fondò, nel 1922, la IPAN una grande industria metallurgica e Domenico Antonio Regina raggiunse, nel settore metallurgico di Recife, negli anni ’20, un posto di rilievo, dando vita alla Industria Metallurgica Regina, che ha funzionato fino al 1978. Nel 1925 si avviò la importante catena delle Sartorie Perrelli, fratelli originari di Trecchina, il primo era emigrato in Brasile dal 1919, mentre si registrava la presenza di un Melazzi e dei fratelli Vita, di origine di Trecchina, Francesco, Giuseppe, Domenico e Angelo: Domenico nel 1880 si trasferì in Argentina. La famiglia De Francesco, con lontane origini in Tortora, si affermò, sempre più, nel commercio di scarpe e il dott. Francesco Angelo De Francesco, nato in Brasile, divenne vice-console italiano in Cearà, mentre erano già presenti, sul suolo brasiliano, un Francesco de Francesco di Angelo e sua madre, Rosina De Francesco, emigrata quest’ultima nel 1894, tutti tortoresi. Mario Giuseppe Cunto di Tortora, che divenne poi impresario di successo, emigrò a 10 anni nel 1937, fu ospitato in casa di uno zio a Fortaleza e, studiando, di sera, nella Scuola Tecnica e di giorno lavorando come rappresentante, ben presto incominciò ad installare lavanderie, importando dall’Italia il macchinario per lavare a secco: fu agente consolare italiano nel 1957 e fino al 1978. Della famiglia Toselli, Giovanni Battista si affermò come importatore di manufatti e di prodotti vari mentre Reginaldo sfruttò le saline. Si distinsero anche, ai primi del 1900, Pietro Imbelloni, Mario Faraco, Matteo Zaccara e Michele Grisi, discendenti dei primi emigrati e portanti gli stessi nomi. Vincenzo Ielpo, di Lauria, dal 1907 avviò una officina per prodotti in ferro e, con lui, lavorava in società un La Banca, e un posto di rilievo, nel settore commerciale, meritarono Nicola Mandarino e i Papaleo. Erano tanti gli emigrati da Trecchina che durante la visita di Umberto di Savoia nel 1929 in Brasile il principe si informò, appunto, dove si trovava, in Italia, Trecchina: in alcune realtà locali del Brasile vi sono ancora strade intitolate, appunto, a Trecchina. Quegli emigrati, con grande lungimiranza, fondarono le “Case d’Italia” e le “Dante Alighieri” dando vita ai Centri Culturali Italo-Brasiliani, che ancora oggi svolgono un ruolo importante