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da "Il Diogene Moderno Agosto -settembre 2006..............

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STORIA E CULTURA

I personaggi famosi che hanno illuminato le serate estive

Il noto giornalista Oliverio Beha incantato dallo straordinario fascino della “Crocevia”

Dirompente, forte, tagliente, immediato, schietto, travolgente. Cinque parole per sintetizzare e far capire e immaginare, a quanti non hanno avuto la possibilità e la fortuna di assistere alla rassegna “Un libro per l’estate”, lo spessore culturale, giornalistico, politico di Oliverio Beha. Un giornalista di rottura, scomodo, con grande padronanza di linguaggio, che ha avuto la forza in quasi due ore di discussione e di esposizione di tenere sui carboni ardenti i tanti presenti che gremivano la straordinaria e stupenda piazza De Palma. Beha ha parlato del suo libro intitolato “Indagine sul calcio”: un’attenta e approfondita disamina che parte dai mondiali del 1982 fino agli ultimi del 2006. Tante storie, emozioni e bugie, con protagonisti tanti personaggi. Un gioco appassionante trasformato in un intrigo industriale. Logicamente si è parlato, in prevalenza, di Moggi e dello strapotere di Juve, Inter e Milan intervallato dagli scudetti vinti dalle due romane. «Moggi è stato solo l’anello di congiungimento tra calcio e potere, si è voluto colpire la persona più in vista e con maggiore visibilità, al centro dei media e di tutto l’ambiente calcistico», ha sentenziato Beha. Lo voleva Berlusconi ma principalmente l’Inter. Ha continuato Beha: «È vergognoso e ridicolo da parte dell’Inter, cucirsi uno scudetto non suo sulle maglie». Oliverio Beha, a metà della sua disamina pepata sul calcio degli ultimi 24 anni, si è bloccato per soffermarsi sulla straordinaria scalinata della “Crucivia” che gli “sbatteva” di fronte e come folgorato è rimasto letteralmente incantato da tanta meraviglia, al punto di paragonarla alla scalinata più famosa del mondo e cioè alla sognante “Trinità dei Monti” che si trova, come tutti sanno, a Roma in Piazza di Spagna. Chiusa la parentesi ha ripreso a parlare di calciopoli e della pena di 4 anni inflitta inizialmente a Franco Carraro, ex presidente della F.I.G.C., ridotta poi, in secondo grado a nulla e cioè ad ottanta mila euro che non sappiamo chi pagherà… E giù battute: «Un’auto usata la comprerei, sicuramente, più da Moggi che da Carraro che potremmo ritrovarci sindaco di Roma». Ha proseguito poi, nella sua precisa e dettagliata analisi, affermando che con Moggi e la Juve, si è voluto far credere di aver fatto piazza pulita ma le cose non stanno affatto così in quanto poco o nulla è cambiato. Le intercettazioni esistono e possono esistere in tutti i settori e non solo nel calcio. Ha spaziato inoltre toccando i delicati tasti della politica e di un giornalismo imbavagliato. Di certi politici, sempre troppo presenti come Berlusconi e Prodi, anche troppo vecchi e avanti negli anni. È ora che la politica riparta dalla base e dai giovani. Beha, vero fiume in piena, ha toccato anche il campo del lavoro e delle professioni. Ha echeggiato: «In Italia si porta avanti un perverso sistema di raccomandazioni in campo professionale e politico che si tramanda di padre in figlio. E per gli altri giovani, quando arriverà il loro momento?». Dopo le domande da parte di alcuni del pubblico, è stato omaggiato meritatamente con una targa ricordo consegnatagli dal sindaco Mario Russo, visibilmente emozionato. Da scaleoti veri ed attaccati alle radici, ci ha fatto immenso piacere e ci ha riempito di gioia ed orgoglio sentire dalla voce di un grande giornalista come Beha, che ha girato e conosciuto il mondo in lungo e in largo, a conclusione della riuscita rassegna, per la seconda volta, pronunciare parole di stupore e ammirazione per la nostra millenaria “Crucivia” rivolgendosi al sindaco Russo affinché la scalinata possa diventare un saliscendi di persone, sempre. Via Cesare De Bonis, o meglio “‘a Crucivia”, al di là dell’ultimo scandalo calcio, è stato il momento più emozionante e vibrante dell’indimenticabile serata. Qualcuno avrebbe detto: «Gli scandali, le vergogne, le delusioni, i dispiaceri e quant’altro passano e si dimenticano… ma la scalinata della “Crucivia” resta indelebile negli occhi di quanti, come il noto e sensibile giornalista Oliverio Beha hanno avuto la fortuna di ammirarla per poi decantarla».

Federica Sciarelli implora il sindaco di non vendere il Centro storico agli inglesi

Temporale e freddo agostano non spaventano il pubblico accorso numeroso per assistere alla seconda serata della rassegna “Un libro per l’estate” con ospite e protagonista la nota ed affascinante Federica Sciarelli, giunta in perfetto orario in compagnia del sindaco Russo nella magica piazza De Palma. La giornalista, volto noto della seguitissima trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”, in onda su Rai tre, coadiuvata da Giuseppe Rinaldi è autrice del volume “Tre bravi ragazzi”, dove viene ricostruita la storia degli aguzzini del Circeo, dalle violenze che precedettero il massacro, alle evasioni e al ritorno in carcere di Guido Izzo, dal “pentimento”di quest’ultimo, al suo recente duplice omicidio, fino alla sparizione di Ghira. La giornalista ha discusso del libro, come previsto, con i giornalisti Giorgio Santelli e Stefano Corradino facendo un’escursus particolareggiato della vicenda e dei suoi ingarbugliati intrecci che insieme alle immagini agghiaccianti di repertorio proiettate, hanno catturato l’attenzione degli sbigottiti presenti. «Il libro è nato - ha spiegato la Sciarelli - in seguito ad un’inchiesta che abbiamo realizzato per “Chi l’ha visto?”. Supportati fortemente dalla Rizzoli, abbiamo deciso, con il collega Rinaldi, di realizzare l’opera, in quanto dall’inchiesta era venuto fuori un’enormità di materiale che non sarebbe statopossibile mandare in onda in prima serata per motivi di spazio e di fascia protetta, ma che abbiamo riportato dettagliatamente nel nostro testo». Federica Sciarelli è nata a Roma nel 1968, iscritta all’albo dei giornalisti professionisti, ha iniziato la scalata a quello che sarebbe stato un susseguirsi di successi, vincendo una borsa di studio per l’avviamento alla carriera giornalistica, all’età di 20 anni (seconda su diecimila partecipanti). Per il primo lavoro stabile però, deve accontentarsi dell’Ufficio Informazioni Parlamentari, dove resta per quattro anni. La sua carriera giornalistica vera e propria incomincia al Tg3, con direttore Sandro Curzi. Viene assegnata alla redazione politica e segue i maggiori partiti politici, i lavori parlamentari e poi diventa inviata al seguito del Presidente della Repubblica Cossiga, quindi di Scalfaro. Da Cossiga viene riconosciuta Cavaliere della Repubblica. Seguono altri importanti incarichi sempre al Tg3. Smette di fare l’inviata e inizia un lavoro di redazione. Attualmente, oltre a condurre la famosa “Chi l’ha visto?”, alla quale ha dato una ventata di freschezza e un taglio giornalistico più moderno e diverso rispetto alle precedenti edizioni, la Sciarelli ha il merito di aver saputo conquistare, anche con il suo modo candido di porgersi, altre fasce di telespettatori. Federica Sciarelli ha detto di conoscere bene il nostro territorio e le nostre coste, infatti, consecutivamente da cinque anni fa vacanza nelle nostre zone dove fitta una casa con una sua amica. «Mi trovo benissimo qui da voi - ha affermato la brava giornalista - l’acqua del mare è cristallina e odorosa e i luoghi che ho visitato sono davvero tutti stupendi. Quello che però mi lascia perplessa - ha aggiunto Federica - è che questi meravigliosi posti siano poco conosciuti, infatti, spesso mi è capitato di vestire i panni di “Cicerone” per farli visitare e apprezzare ad alcuni miei amici napoletani e romani… il vostro Centro storico, poi, è stupendo e unico. A proposito, ho saputo che gli inglesi stanno acquistando molte case nel vostro agglomerato antico per sfruttarle per fini turistici, e questo mi rattrista» ha sottolineato la bionda giornalista. Alla fine dell’incontro, come consuetudine, è stato aperto dal conduttore, nonché promotore di “Un libro per l’estate” , l’ottimo Michele Cervo, il dibattito tra il pubblico e la Sciarelli. Al momento dei saluti, la sorridente e cordiale scrittrice è stata premiata con una bella targa ricordo dal sindaco Mario Russo, al quale ha ricordato e raccomandato di tenere stretto il Centro storico e di non venderlo (o svenderlo), come si paventa, agli inglesi (un monito della graziosa giornalista che ci mette in guardia dagli inglesi…?), come già sta avvenendo con i tedeschi, aggiungiamo noi.


 

Caprarica per gravi motivi di famiglia salta l’atteso incontro

In piazza De Palma, la sera del 13 agosto, alle ore 21,30, come previsto, si dovevano concludere le tre magiche serate clou dedicate alla cultura e ai grandi nomi del giornalismo con Antonio Caprarica, già inviato RAI dall’Inghilterra e attualmente inviato da Parigi che avrebbe dovuto presentare il libro “Dio ci salvi dagli inglesi… o no!?”. Un viaggio nella cultura, nei costumi, nella testa degli inglesi attraverso le storie grandi e piccole, le testimonianze, gli aneddoti raccolti nel corso degli anni. L’autore ne doveva discutere con il direttore di RaiSat Extra Marco Giudici e con il giornalista Michele Cervo autore della trasmissione “Cinema Caprarica” presentata nel corso della serata. Un vero peccato non avere potuto ospitare il brillante e grande giornalista-scrittore che per gravi motivi di famiglia, solo poche ore prima dell’attesissimo incontro letterario-politico ha dovuto declinare l’attesa serata.

 

 

*ALTRI INCONTRI D’AUTORE*

Nella splendida cornice del Palazzo Spinelli, nel cuore del Centro storico della città di Scalea, il 19 luglio scorso l’avvocatessa Anna Manco ha presentato l’ultimo suo scritto, l’opera dal titolo “La donna nella società e nella famiglia”. Al tavolo dei relatori il primo cittadino Dr. Mario Russo, l’assessore alla Cultura del Comune di Scalea Maurizio D’Alessandro, il presidente della Pro Loco Giovanni Le Rose, il sindaco di Santa Maria del Cedro Francesco Maria Fazio, il prof. Franco Galiano rettore dell’Accademia del Cedro e, a fare da moderatore ai partecipati interventi, il giornalista Egidio Lorito. Il volume presentato al folto pubblico, in gran parte donne, tenuto conto del tema affrontato, si impone quale scrigno ove poter facilmente attingere risposte ai tanti quesiti giuridici, alle numerose problematiche di diritto. Così in maniera semplice, schematica, superando ogni tecnicismo pur dato dalla materia, e in modo che anche i non addetti ai lavori vi si possano addentrare, vengono trattati gli istituti giuridici del matrimonio, della separazione, del divorzio, dell’adozione, accanto alle innumerevoli tematiche e problematiche che scaturiscono dal diritto di famiglia. L’avvocatessa Manco è impegnata socialmente oltre che professionalmente nell’attività di tutela dei diritti delle donne, infatti ricopre il ruolo di responsabile dello Sportello Rosa presso il Comune di Scalea, oltre a curare una rubrica radiofonica e degli spazi sul periodico Diogene Moderno, rispondendo così ai tanti interrogativi di coloro che si trovano ad affrontare particolari situazioni di vita che necessitano di adeguata tutela legale.

Marianna Trotta

Presentato il libro “San Nicola dei Greci a Scalea” La Cappella bizantina tra arte e storia

Nel salone degli affreschi seicenteschi (purtroppo in grave stato di disfacimento ed abbandono) del Palazzo dei Principi, è stato presentato il libro “San Nicola dei Greci a Scalea - La cappella bizantina tra arte e storia” - di Amito Vacchiano e Antonio Vincenzo Valente di Scalea, editore Salviati. L’opera ricca di riferimenti storici, architettonici ed artistici, ha conseguito il plauso e l’interesse dei numerosi partecipanti nel convegno. Nel corso del dibattito, dopo le interessanti e particolareggiate relazioni introduttive, è emersa una dovuta precisazione del pittore Gennaro Serra il quale ha voluto ricordare che gli affreschi bizantini di Scalea furono salvati proprio dallo stesso artista nel lontano 1967, fra l’indifferenza ed il pressappochismo delle autorità amministrative locali. Il Serra, a sue cure e spese, riuscì a fare emergere dai detriti e rifiuti vari, altre nicchie con affrescati i Santi monaci. Successivamente per interessamento dell’allora proprietario, il compianto Renato Grisolia e di chi scrive, la Soprintendenza ai beni storici ed ambientali di Cosenza provvide alla ricostruzione del tetto della Cappella, per anni rimasta scoperta ed alle intemperie. Gli stessi autori del pregevole volume, Amito Vacchiano e Antonio Vincenzo Valente, hanno dato atto, nei loro interventi conclusivi e nella loro stessa opera, che oggi non si potrebbe più parlare degli affreschi bizantini, (una testimonianza tangibile di un fulgido periodo storico-religioso della nostra millenaria città), se Gennaro Serra, meritoriamente, non li avesse salvati oltre quarant’anni addietro e dopo insistenti ed incisive segnalazioni dello storico Attilio Pepe.
Ercole Serra

 

Una serie di storie e di cronache toccanti ambientate, vissute e accadute nelle nostre realtà territoriali.

Fatti realmente accaduti a Scalea, Diamante, Buonvicino, Praia a Mare, Santa Domenica Talao, Bonifati e Amantea. Su Scalea tre bellissime e drammatiche storie riguardanti "Claudia: la rapita di Scalea", "L'orologiaio matto di Scalea" e "Il cieco che vedeva gli alberi".

Storie appassionanti e avvincenti raccontate da Francesco Cirillo senza fronzoli ma con tanto trasporto. Un libro che sarà certamente oggetto di dibattito e contrastanti vedute che andrà ad arricchire di cultura, ulteriormente, la vostra biblioteca.

Appuntamenti culturali da segnalare A Maratea: incontro con Magdi Allam

Il 22 luglio, la vicina Maratea, ha ospitato nella caratteristica Piazzetta del Sole, il giornalista e vicedirettore del Corriere della Sera, Magdi Allam, il quale, alla presenza di un pubblico numeroso e competente, ha presentato l’ultima sua fatica letteraria dal titolo: “Io amo l’Italia, ma gli italiani la amano?”

Un bellissimo libro che merita tutta l’attenzione degli appassionati di letture editoriali. Magdi, oltre ad essere un ottimo giornalista e scrittore, è una persona pulita e perbene. “Magdi Allam ama l’Italia non solo come punto di riferimento di un’infanzia vissuta in Egitto frequentando le scuole dei religiosi italiani, non solo come il paese in cui ha trovato una difficile ma sempre più soddisfacente affermazione professionale, non solo come la patria dei suoi figli e la casa della sua famiglia. Magdi Allam ama l’Italia perché riconosce nell’identità italiana un sistema di valori per il quale è giusto battersi, anche rischiando in prima persona”.

Allam, nell’incontro di Maratea, ha sottolineato che è sbagliato ricordarsi della patria e della bandiera solo in occasione di grossi traguardi come quello che ha laureato la Nazionale Italiana di calcio campione del mondo in Germania, o in circostanze simili. L’amor di patria deve nascere dal profondo del cuore. Amando la patria si ama se stessi.

Dopo aver lavorato a “La Repubblica” per 24 anni con mansioni varie, nel 2002 viene nominato, dal direttore Ezio Mauro, Inviato Editorialista. Ma dopo alcuni screzi avuti all’interno della redazione, in precedenza e dopo l’ultima nomina, presenta per la seconda e definitiva volta, le dimissioni irrevocabili. «Mauro è stato bravissimo a intuire e soddisfare la mia esigenza di un rapporto personale e diretto, nel contesto di un rapporto di lavoro gratificante. Ma evidentemente l’apparato del “giornale-partito” era comunque in grado di contrattaccare, facendo valere una linea diversa dall’orientamento del direttore. È l’insieme del mio rapporto personale con “La Repubblica” che non funziona. Per “La Repubblica” sono l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Ciò che mi si chiede non è esattamente quello che vorrei fare, mentre quello che voglio lo faccio al di fuori di “Repubblica”. Il giorno della caduta di Baghdad, il 9 aprile, i vicedirettori dissero: -Questa è occupazione militare-. Mentre Ezio di rimando: -Per Bernardo Valli che sta a Baghdad e per Magdi Allam che sta a Kuwait City ed è il nostro esperto della materia, si tratta di liberazione. Liberazione non occupazione- Infatti il giornale titolò: “Il primo giorno di libertà a Baghdad”».

L’1 settembre 2003 passa al “Corriere della Sera” ritenuto da Allam un giornale con una tradizione di maggior equilibrio e moderazione rispetto a “La Repubblica” che, invece, porta avanti una linea editoriale profondamente ideologica e palesemente militante. Il libro è suddiviso in tre parti. Nella prima parla tra l’altro d’Italia da amare e del primo vagito italiano: Un segno del destino - Vivere tra due mondi - Finalmente io e la mamma insieme - Scoprire che eravamo profondamente diversi - Il mio disperato grido d’aiuto.

Nella parte seconda, affonda l’approfondimento nell’Italia da vivere: - Il passaggio dalla filosofia alla sociologia - Grazie agli italiani - Il riscatto personale e professionale - La dimensione etica.

Nella terza e ultima parte, notiamo l’Italia da salvare: - Aspettando Berlusconi - Il veto di Pisanu alla mia candidatura in Forza Italia - Alla riscoperta dell’identità nazionale italiana ed altro.

Nella primavera del 2003, Magdi Allam, informato dal Sisde, fu sollecitato a rientrare subito in Italia perché minacciato di morte da Hamas, il gruppo terroristico islamico palestinese. Da allora è iniziata la sua vita blindata, che continua tutt’oggi.

Al termine della meravigliosa serata, molte ed interessanti sono state le domande del pubblico e dei giornalisti presenti a cui Allam ha risposto con grande gentilezza, grazia e saggezza e sempre col sorriso accennato sulle labbra. Poi i saluti, i libri autografati e l’arrivederci.

 

VECCHIO FARO… È L’ORA DELLA RINASCITA

dalla redazione

Più volte abbiamo trattato e segnalato il bellissimo Faro di Scalea, ormai spento dal lontano e triste 1 settembre 1981, in ottemperanza a quanto disposto da Marispefari (Ispettorato Fari della Marina Militare) con ordinanza 2/11648 del 23 giugno dello stesso anno. E fu così che il Faro di Scalea, segno distintivo di primaria importanza del panorama locale e n. 2680 nell’elenco dei fari italiani, in quella data venne definitivamente dismesso. Una maledizione per Scalea che in poco più di 50 metri, in linea d’area, negli ultimi decenni ha perso, nella “zona Marina”, il Pozzo di Santa Lucia del IX secolo, il suggestivo e caratteristico ponte della ferrovia, la Scalicella, la Torre di Giuda, (incancellata in una proprietà privata), i muretti di via Michele Bianchi e, appunto, la funzionalità del Faro. Dicevamo di brutta maledizione per Scalea che inoltre non ha mai visto partire opere come l’ospedale della Petrosa, l’ospedaletto di via Pepe, il museo diffuso del bambino, mentre, riguardo l’aviosuperficie, per restare in tema faro, la “luce” funziona ad intermittenza e tanti restano gli interrogativi. Ma torniamo alla buona novella riguardante i fari italiani soppressi, come quello scaleota, negli ultimi anni. Queste lanterne spente potrebbero ritornare a vivere e ad essere mete di migliaia di visitatori attratti dal fascino di queste “mitologiche torri”. Va tirato, però, fuori dal cassetto dell’Azienda del Demanio, dove giace da tempo, il progetto di ristrutturazione dei fari, veri monumenti alla memoria storica. Ricordiamo che l’Italia ha delle lanterne bellissime, antiche e leggendarie, come appunto quella di Scalea. Quello dei fari, è un mondo a parte che oggi come oggi, rischia il disfacimento e aspetta e merita una nuova valorizzazione. Il progetto esiste ed è allo studio, si aspetta solo e soprattutto il vaglio e la spinta propulsiva degli Enti Locali. La salvaguardia dei fari prevede un’azione capillare e gli interventi non sono semplici, neanche nelle decisioni sul futuro dell’enorme patrimonio presente. L’intento di salvare i fari è sicuramente ben mirato, in quanto tutto il patrimonio storico e architettonico rischia di “annegare” col passare del tempo. Ma programmare il futuro di queste magiche lanterne non è facile in quanto bisogna fare i conti con la loro tipologia edilizia, particolare e limitata (la base volumetrica dei fari rende limitata la loro destinazione) e principalmente tenere conto della posizione di molte di queste torri che, spesso, si trovano in luoghi difficilmente raggiungibili, in angoli in cui la natura regna ancora indisturbata e selvaggia.Pare che il Demanio abbia individuato 88 fari, divisi in cinque categorie e destinati ad essere trasformati in “piccoli autogrill” del mare, isole del gusto, ristoranti, alberghi (in Croazia vi sono nati alloggi per turisti, così come nei Paesi bassi), centri di benessere ma anche poli di ricerca e sperimentazione che potrebbero diffondere la cultura marinara, come più volte abbiamo scritto a proposito del “nostro” Faro (negli USA i fari abbandonati vengono trasformati sistematicamente in musei). In questo elenco, non può mancare una struttura suggestiva come il Faro di Scalea che presenta tutte le peculiarità richieste. Edificato alla sommità della Scalicella (andrebbe ripristinata e aperta a tutti), tra ciuffi d’erba alta e odorosa ginestra, a pochi passi dagli scarni resti di quella che fu la Torre di Giuda (Vittorio Faglia dell’Istituto Italiano dei Castelli, forse il maggiore esperto di fortificazioni costiere, non a caso, qualche anno fa propose di restaurare i ruderi come monumento alla civiltà del secolo ventesimo e testimonianza del nostro operare incolto), il 7 dicembre 1922 venne attivato dal Servizio Fari e Segnalamento Marittimo della Regia Marina. Addossata a una casa, la torre merlata di forma quadrata è sormontata da una lanterna (anche quando splende il sole, il faro ha una sua funzione ineguagliabile: è per questo motivo che le torri da sempre sono state costruite una diversa dall’altra, a fasce orizzontali, a scacchi, a gradoni, in modo da costituire un punto di riferimento continuo per chi naviga), l’una e l’altra dipinte di rosso con merlatura e fregi bianchi…”, così il “nostro” faro viene descritto in un rapporto stilato negli anni ’30. Nella stessa relazione viene specificato che l’alloggio è costituito da un piano nel quale sono presenti tre camere, la cucina e i servizi e che aderente alla torre vi è il casotto destinato a lavatoio. A tergo della costruzione è presente una minuscola costruzione adibita a forno e deposito materiali, oltre alla cisterna per l’alimentazione dei servizi igienici. Lo spiazzo antistante dispone di una fontana per l’acqua potabile alimentata dalla condotta della rete idrica urbana, una di quelle costruite in ghisa note come “vedovelle”, tanto comuni una volta e ora diventate ricercati cimeli del nostro passato. Alto alla sommità 12 metri e sessanta, esposto perennemente al teso greco e all’umido libeccio, il suo fascio di luce spazzolava 25 miglia di mare ed aveva la durata di un secondo su quattro eclisse. Nel corso del 1939 il faro venne ampiamente ristrutturato, adeguandolo all’evoluzione tecnologica del tempo. Nel dopoguerra subì ulteriori modifiche e aggiornamenti, a cominciare da quelle del ’53 che comportarono la sostituzione della quasi totalità delle apparecchiature elettriche diventate ormai obsolete. Altre modifiche vi furono apportate nel ’69 e nel ’72, mentre nell’aprile del 1977, solo 4 anni prima dell’inaspettato spegnimento, fu incrementata la portata del fascio luminoso a cura dello stesso personale presente in zona, previa la sostituzione della lampada e l’adeguamento dell’impianto di alimentazione. Riallacciandoci alle ultime speranzose notizie sui fari soppressi, nessuno di questi verrebbe venduto ma solo dato in concessione del rilascio d’uso da parte della Marina. Il progetto appare attuabile e ambizioso ma la strada appare impervia. Molti dei fari individuati (non è il caso del Faro di Scalea che si trova in una zona facilmente raggiungibile e alla luce, ha forti vantaggi su molti altri) dal Demanio, si trovano in luoghi difficili da raggiungere, selvaggi e privi di servizi. Le soprintendenze inoltre, in alcuni casi si sono mosse per porre dei vincoli architettonici. Ma la riscossa dei fari è solo all’inizio. Il faro di Capo d’Otranto, lanterna del 1850, totalmente in pietra, è stato ristrutturato con finanziamenti comunitari e diventerà presto un museo virtuale. Per evitare che finisse all’asta ci fu una fiaccolata nel capodanno del duemila con una massiccia partecipazione popolare. Questo faro sarà il riferimento del parco naturale da Otranto a Leuca e della riserva marina che è in fase di istituzione. Quello dell’isola del Giglio invece, è stato battuto all’asta. Gli altri attendono trepidanti e fanno sognare. Lo testimoniano le migliaia di lettere che giornalmente arrivano alla Marina. Sparsi per l’Italia troviamo già tante situazioni di cambio di sistemazione d’uso. In Calabria al momento sono stati individuati i fari di Caporizzuto e quello di Ricadi entrambi in provincia di Catanzaro che dovrebbero essere trasformati entrambi in hotel, mentre il faro di Punta Stilo a Monasterace (RC), dovrebbe diventare un ristorante. Sono tanti a Scalea a ricordare con grande e profonda nostalgia, quel fascio di luce che nella notte si proiettava sul mare dall’alto dei suoi 98 metri (collina compresa). Poi venne il progresso (regresso), quello comunemente identificabile con le colate cementizie (di cui si è tanto discusso) e da solitario quale era, in pochi anni, il Faro e la sua identità storica ebbero a subire le aggressioni di quell’opinabile sviluppo. Ciò, unitamente alle mutate tecniche di segnalamento e informazione, prima di aver compiuto gli 80 anni di onorato servizio, contribuì ad accelerarne quasi in assoluto silenzio (strano questo popolo scaleota, non ci fu nessuna fiaccolata), la sua triste dismissione (qualcuno sommariamente disse che la nostra lanterna non serviva più in quanto ormai, sommerso da case e palazzi, bella affermazione...). Il Faro di Scalea, oggi è seminascosto dalla selva di edifici dall’estetica sicuramente poco condivisibile, in stridente contrasto con quanto enunciato nel convegno sulla “Rete Europea delle Torri”: “Le torri e gli edifici turriformi costituiscono una speciale eredità culturale dell’ambiente costruito e per la loro configurazione dominano il paesaggio connotandone l’immagine, oltre a valorizzare sensibilmente l’identità di una città…”. Ci chiediamo ancora una volta, dov’era la nostra soprintendenza in occasione dell’arrivo dei selvaggi palazzinari che tutto coprirono e, ancora chi rilasciò quelle barbare licenze edilizie a ridosso del Faro?

L’articolo contiene passaggi tratti dal “Diogene” del settembre 2001 a firma di Alberto Cunto ed altri tratti da “La Repubblica” del 26 luglio 2006 a firma di Marina Cavallieri ed altri ancora presi dal National Geographic a firma di Enrica Simonetti.

Pagine sconosciute di storia locale

Giovanni Lancellotti: “Uomo splendido e ricco” fucilato alle mandrie di scalea

di Giovanni Celico

Spesso la ricerca, anche minuziosa ed insistente, non produce “frutti nuovi” rispetto alla storia, in parte consolidata, di questo nostro territorio, ma, a volte, dalle polverose carte delle biblioteche edegli archivi, emergono, fortunosamente, con riferimento a fatti e a personaggi, poco o molto poco conosciuti, nuovi dati che offrono l’opportunità di collocare, taluni avvenimenti ed epigoni, cui si attribuisce, così, maggiore rilevanza, nel quadro di una più sicura certezza che aiuta, certamente, la conoscenza collettiva. è il caso, emblematico, del poco noto o trascurato, Giovanni Lancellotti (Lanzillotti), originario di Cipollina, oggi S. Maria del Cedro, ma forse con lontane radici, anche, in Aieta, indicato, dai ricercatori passati, genericamente, come un “matematico” e un “ufficiale della Guardia Civica”, il cui dramma umano, sarebbe stato “giustiziato”, cioè sbrigativamente passato per le armi, nel 1807, perché “condannato a morte dal comandante francese Breahff”, è stato, quasi del tutto e a torto, dimenticato. Il maggiore Giuseppe Necco, fedelissimo borbonico e “capo massa” di Scalea, in una missiva al cancelliere Fiore, l’anno prima, aveva scritto: “…ho stimato a proposito caricarlo (un paranziello) di uva passa di cantara cento a conto della Regia Corte, presi da un deciso reo di Stato nomato Giovanni Lancellotti, che al presente rattrovasi unito all’inimico” (1), cioè ai francesi. Tentiamo, perciò, oggi, di fare più luce su questo che è stato invece un “illustre figlio” di Cipollina, e non solo, affinchè nella “memoria” dei suoi concittadini, almeno, ritrovi giusta considerazione. Giovanni Lancellotti, nato a Cipollina da Francesco e da Giuseppa De Luca nel 1767, unico figlio maschio di genitori molto agiati, fu avviato, giovanissimo, agli studi, prima sotto la cura di locali “precettori religiosi”, e, poi, mandato a proseguire, per perfezionarsi, a Salerno e a Napoli, ove si addottorò in medicina, non trascurando, in parallelo e con sempre costante interesse, la matematica, disciplina nella quale era e si sentiva particolarmente versato. Rientrato, stabilmente, a Cipollina, tra il 1790 ed il 1800, mantenne, comunque, legami con quei circoli culturali napoletani che poi contribuirono a “produrre”, nel 1799, la breve, ma intensa quanto sfortunata, “fiammata” rivoluzionaria, purtroppo spenta nel sangue. “Uomo splendido e ricco”, così lo definì un cronista quasi coevo, praticò, Giovanni Lancellotti, nella vita quotidiana, l’arte del cerusico, gratuitamente verso i più poveri, tanto da guadagnarsi l’affetto delle popolazioni del circondario, abbinandovi anche quella del mercante, per continuare, di fatto, la lucrosa tradizione di famiglia, accumulando nel tempo un consistente patrimonio. All’arrivo dei francesi, fu creato, probabilmente nel ricordo delle “antiche convinzioni napoletane”, “capitano-comandante di truppa mobile delle guardie provinciali di Cipollina e della Scalea”. Intanto, sulla costa tirrenica cosentina, le opposte fazioni, dei “fedeli” borbonici e dei “parteggianti” francesi, si fronteggiavano, dopo il 1805, con crescente crudeltà, contendendosi, passo dopo passo, la occupazione di “villaggi e università”, praticando, senza alcuna remora, le più vergognose nefandezze a danno, spesso, di inermi, come donne e bambini. Il comandante “assoluto” delle “masse” rimaste fedeli, nel circondario, alla monarchia borbonica, molte migliaia di uomini, era, come accennato, il maggiore Giuseppe Necco, “brigante e ufficiale”, di Scalea, che, dopo aver seguito il cardinale Ruffo nell’impresa napoletana, rivestì, alla venuta dei napoleonici, un ruolo di crescente importanza, in ambito borbonico, negli scontri e nelle battaglie svoltesi, da Maratea ad Amantea, senza contare i combattimenti, le scaramucce, gli agguati, ecc., consumatisi da Lagonegro a Rivello, da Lauria a Trecchina, da Aieta a Orsomarso e fino a Paola, che insanguinarono queste nostre plaghe. Fu proprio durante l’assedio di Maratea, nel 1806, che Necco fece una “scorribanda” a Scalea “ove bruciò le sue case”, del Lancellotti, e quelle di D. Cecco Donati” e dove la sua esistenza si “incontrò” con quella di Giovanni Lancellotti. “Mentre Necco bruciava case e fondi, al dottor Lancellotti andò con Ciminello, suo figlio naturale, a cavallo, verso la Lucania, ove si mosse anche uno squadrone francese da Moliterno”. Giovanni Lancellotti era a Napoli il 12 e 25 gennaio 1806 e “colà gli fu scritto da Alemanno Minotti pel governo di Orsomarso, il 10 maggio mentre era a Scalea da Carmelo Rinaldi e il 31 maggio dal comandante francese della Scalea e S. Domenica!” Nel giugno del 1806 il dottor Giovanni Lancellotti aveva una compagnia composta, “per la Scalea, di un capitano, di un tenente, di un secondo tenente, di un sergente, di un maggiore sergente, di un soldato, e di un tamburino e, per la Cipollina, di un tenente, di un secondo tenente, di un sergente maggiore, di un foriere, di un sergente e di 6 soldati”. In realtà, la cornice entro la quale “operarono” le forze in campo, in quegli anni turbolenti e foschi, era, comunque, così poco netta che, ad esempio, Bernardo Pagano di Diamante, nonno del “dotto” canonico don Leopoldo Pagano, insieme a padre Giovanni Magurno, correttore del Monastero dei Paolini di Cirella, e a Giovanni Lancellotti si scontrarono con Necco, nell’estate del 1806, e furono fatti prigionieri, pur essendo, i primi due, di fede borbonica e, il terzo, filo-francese, perché tutti “accusati falsamente da due marinari di Diamante, Biagio e Vincenzo Bartolotta, padre e figlio”. In realtà i due Bartolotta erano, all’anagrafe, Vincenzo Conte, di anni 55, marinaio, alias Bartolotta, appunto, e Biase Conte, marinaio, alias Bartolotta, pure lui, entrambi di Diamante, che il 1.12.1806 furono condannati a morte. è da ricordare che Bernardo Pagano, insieme a Pasquale Ordine e ad altri diamantesi, Biagio Liserre, ad esempio, “con tamburo e bandiera borbonica si unì al Necco”, era riparato, con il “duce” Alessandro Mandarini, sull’isola Dino, ove si era tentata un’ultima, disperata difesa dai fedelissimi alla causa della monarchia borbonica. Bernardo Pagano e frà Giovanni Magurno furono, quasi subito, rilasciati, mentre, per la cronaca, i due Bartolotta furono giustiziati a Cosenza l’8.12.1806, e Giovanni Lancellotti, che ancora il 22 settembre si trova “carcerato a Scalea”, con 200 ducati, fatti pervenire tramite D. Giovanni Rossi di Mormanno al Necco, fu liberato nelle settimane successive. Il primo novembre, Giovanni Lancellotti comandava una squadra di cui facevano parte: “Luigi di Pollicino, Agostinello del Lago d’Ajello e altro Agostinello, che fu ucciso a pugnalate da Saverio Pezzotti di Giuseppe, detto il Pinto, che morendo confessò 20 delitti, il quale fu ucciso da Geremia Pinto e altri due con tre fucilate (uno dei due era Formica) che erano parte della squadra di Lancellotti”.

I familiari del Pezzotti, nella circostanza, ricorsero a Necco, che si trovava a Belvedere Marittimo e che mandò subito 16 uomini che, però, “rientrarono perché il Lancellotti aveva il doppio di gente”. Il 27.12.1806 fu scritto, a Giovanni Lancellotti, dal comandante francese la piazza di Maratea che era pronta “una colonna mobile per distruggere il Necco”, giusta gli ordini del generale Camus e la “compagnia del Lancellotti fu aggregata alla colonna”. Ma un evento, del tutto imprevedibile, anche se comprensibile nell’ambito delle grandi tensioni, delle rivalse, delle ripicche, delle invidie, delle delazioni, molte per cupidigia di ricchezze, che si registrarono a quell’epoca, si abbattè, di lì a poco, sul capo di Giovanni Lancellotti, che ne determinò la morte: fu accusato, probabilmente anche su “sobillazione” del Necco o dei suoi tanti scherani, “dagli abitanti di S. Domenica di aver estorto loro 300 ducati, di aver maltrattato i sacerdoti e di aver disonorato le donne, che ricorsero al comandante francese di Scalea”. Il comandante francese del presidio di stanza a Scalea, male informato o “determinato” e “distratto”, chissà da chi o da che cosa, ma anche forse per dare “un esempio”, ordinò subito la fucilazione di Giovanni Lancellotti, che avvenne, presso “le Mandrie” di Scalea, nel “crepuscolo del 19 o del 25 di marzo del 1807” (il giorno preciso dovrebbe essere il 19), come narra una scarna cronaca coeva. Appena la notizia si sparse, la popolazione di Cipollina “scese nelle strade” e Giovanni Lancellotti “fu pianto da molti suoi compaesani, dalla moglie e dalla figlia”, oltre che dagli altri parenti, e, mentre la “voce” della sua atroce fine “correva” e si “spandeva” tra le comunità vicine, il corpo fu, pietosamente, ricomposto e inumato, per sottrarlo alla vista impietosa dei “passanti” e all’ingiuria di eventi naturali. Aveva “fatto imprigionare il barone Francesco Maria Brancati e aveva difeso Cipollina dall’assalto di 70 verbicaresi borbonici, 25.5.1806, che invece entrarono in Grisolia e vi piazzarono la bandiera borbonica”. Aveva, anche, ma invano, tentato di snidare il capo brigante Saverio Adduci, che aveva base nella grotta del Sardo (?) di Orsomarso. In realtà, secondo altre ricostruzioni, il capo brigante della banda della grotta del Sardo “era un aietano e aveva una bellissima moglie, che andava vestita da uomo e maneggiava abilmente le armi”.

“D. Pantaleone Servidio di Grisolia, nel 1808, assaltò i banditi della grotta del Sardo e la donna del capo brigante di Ajeta preferì gettarsi in un dirupo per non essere disonorata”. Due secoli, l’anno prossimo, trascorreranno dalla morte violenta di Giovanni Lancellotti e, già sono spirati, dalla dipartita, sempre traumatica, di tanti altri “sconosciuti paesani” che si erano schierati, “in armi”, spesso credendo di servire una “giusta causa”, da una parte o dall’altra, e, in qualche modo, come nel caso di Necco, Mandarini e altri, “accettati ufficialmente” dagli eserciti regolari. Eppure le popolazioni di Tortora, Aieta, S. Domenica, S. Nicola Arcella, Scalea, S. Maria del Cedro, Maierà, Grisolia, Verbicaro, Orsomarso e Diamante, nulla sapendo delle contermini e, forse, più attente lucane, sembrano aver, del tutto, dimenticato questi “morti” che, invece, a modesto parere, andrebbero, probabilmente, iscritti negli elenchi dei “caduti”, se non scolpiti sui monumenti, che ricordano quanti, in tutte le epoche, hanno perso la vita, in nome di una “bandiera”, in ogni tipo di guerra e andrebbero, comunque, “onorati” almeno, in una ricorrenza come questa, con apposite manifestazioni, da parte delle pubbliche amministrazioni, soprattutto locali, dei circoli culturali, ecc.

1 - ASN, sa. 325, inc.129-G. Celico, Santi e briganti del Mercurion, Editur Calabria, Diamante, 2002